[Storie di fùtbol] Come Gentile

Da bambino non amavo il calcio, o meglio ero smodatamente attratto dal calcio parlato, quello delle figurine, del Guerin Sportivo e del Processo del Lunedì, non altrettanto da quello giocato, che comportava sforzo fisico, movimento, allenamento, palestra, giri di campo. E fondamentali.Il primo ricordo che ho del mio rapporto col calcio giocato è un quadretto familiare: io, padre, madre, fratello dentro una grande, per me allora enorme, palestra chiassosa. Giù in fondo, colui che diventerà il mio primo allenatore. Mio padre lo avvicina affiancato da mio fratello. E’ felice mio fratello, sta per cominciare la sua piccola carriera di calciatore bambino. Io non sono felice, io non voglio giocare a calcio, io voglio parlarne a scuola e chissà, un giorno, se avrò l’opportuna incompetenza, al bar sport che dista tre soli isolati da casa. Lì dove mio padre gioca al Totocalcio e la gente fuma, beve birra e sostiene con una certa convinzione che il Milan di Sacchi è finito e questo sarà l’anno dell’Inter. Il mio posto è lì, non su un campo da calcio. Ma si sa, i padri hanno sempre la meglio, tirano fuori la balla del fare movimento e socializzare e intanto provano a realizzare il loro sogno: un figlio calciatore.

Calzoncini corti e maglietta, ore 15. La solita palestra chiassosa mi accoglie con un martellare apparentemente senza fine di palloni sul pavimento verde e grida di bambini: i miei compagni di squadra. Ancora mio fratello, sempre più felice; io medito la fuga per mezzora, poi mi rassegno, mi arrendo, sgambetto: è andata.

Il mio allenatore mi stima, la fatica con cui porto a termine ogni esercizio fisico è apprezzata: sono uno che si impegna, secondo il mister; se l’è bevuta, se la son bevuta tutti. Ero uno scioperato di altissimo livello, ma nessuno se n’è mai accorto. Anzi, questa storia dell’impegno, palesemente falsa, diventa il mio trampolino di lancio, un sicuro lasciapassare per la formazione titolare. Scarso di piede e privo di testa atta a ragionare in termini tecnico-tattici, svolgo diligentemente il mio compitino, eseguendo alla perfezione la prima richiesta fattami dal mister: stai lì, mi dice prima delle partitelle e io ci sto, perché non dovrei, in fondo? La mia negazione totale per tutto ciò che concerne il movimento con la palla, il movimento della palla e di tutti quegli omini in calzoncini dietro e attorno ad essa è interpretata come disciplina. Sbagliano tutti. Troppo svogliato per inseguire il mio diretto concorrente cerco di arrivare prima di lui sulla palla: in un pomeriggio assolato d’aprile in cui il mio avversario diretto, un piccoletto velocissimo e tecnicamente dotato, non vede mai la palla, mi incoronano re del gioco d’anticipo, il mister prende la maglia numero 2 e ci scrive sopra il mio nome, terzino destro. Come Gentile, dice mio padre. Mio fratello invece, dice sempre lui, gioca come Platini. Platini, mi hanno scippato l’idolo. Cazzo.

Il fatto è che mio fratello è bravo. Sa fare anche una cosa che alcuni giocatori fanno in televisione: il dribbling. Voglio dire, lui prende la palla, fa finta di fare una cosa e invece ne fa un’altra, tutto con il piede destro, ma velocissimo e il difensore rimane fermo ad aspettare, come un idiota.
Io il dribbling non lo so fare, ma neanche me lo faccio fare, perché sulla palla arrivo prima io. Mio fratello un pò lo invidio, un pò no. E’ vero che lui è bravo e sa fare il dribbling e qualche volta fa goal, ma a me non piace giocare e queste cose non mi interessano. A parte il goal, quello vorrei farlo, una volta.

Due anni dopo, mi ricordo migliorato ma non di molto, faccio sempre le solite cose al solito modo, ogni tanto però faccio lo stopper e prendo il numero 5. Dipende dagli avversari, se l’attaccante forte è l’ala sinistra resto sulla fascia, se è il centravanti, allora mi mettono in mezzo, davanti al libero, col numero 5.
L’esperienza di stopper affiancato al libero dura poco, pochissimo. Sono gli anni del Milan stellare di Sacchi e degli olandesi e, si parva licet, del bel Bologna di Maifredi; il gioco a uomo è superato, dicono, la febbre della zona arriva fino alle scuole calcio e agli oratori. Arriva anche da noi, con un nuovo allenatore profeta della zona, del 4-4-2, del fuorigioco. Tempi duri per noi difensori vecchio stampo, adeguarsi è la parola d’ordine per chi vuole tenersi il posto. A me non importa, non ci tengo. Solo che il nuovo mister vede in me qualcos’altro, non certo un difensore. Mi prova sull’ala destra, non so dribblare e sono un pò spaesato, ma mi butto su ogni pallone, anche quelli che sembrano persi, come quel pallone calciato avanti, buttato verso la metà campo avversaria, tutti fermi, avversari e compagni, tutti ad aspettare che esca, ma il pallone non esce e io sono lì che gli corro dietro, veloce, velocissimo, il portiere mi guarda e non ci crede, non ci vuole credere, io continuo a correre e il portiere fa per uscire, sembra più vicino di me, ma io riesco incredibilmente a fare uno scatto in più, non ho il tempo di fermare la palla e portarla sul destro, il portiere è a pochi metri, vado col sinistro, senza pensarci mi viene fuori un tiro talmente forte che il pallone sembra deformarsi come in quelle partite impossibili di Holly e Benji, colpisce la traversa da sotto e sembra scoppiare, invece scende giù, oltre la linea di porta: goal. Dopo tanti anni mi emoziona ancora pensarci. Il mio primo goal, non ricordo cosa sia successo dopo, ho in mente qualche immagine confusa, io che continuo a correre e forse grido qualcosa ma non riesco nemmeno a sentirmi, sicuramente urlo un banalissimo, liberatore “goal!”, con la “a” che scompare per far posto a una lunghissima “o”, “goooool”. Il mio primo gol.

Ora, se c’è una dote che un allenatore dovrebbe avere, questa è la calma, la freddezza. Il mio mister è un emotivo invece, vede il mio eurogoal e subito si convince di aver trovato il suo centravanti. E’ la fine, penso. Infatti, dopo due goal in tre partite amichevoli, il bluff è svelato e finisco in panchina, col 14. Disonore e rabbia. Lentamente, allenamento dopo allenamento, il mister mi riprova in difesa, terzino o stopper. Verso la fine del campionato riprendo il mio posto di titolare. E’ il campionato dei record: chiudiamo all’ultimo posto, zero punti, tre goal fatti e una miriade di goal subiti. Come Maifredi alla Juve, anche il mio mister chiude la sua avventura con noi a testa bassa, bassissima. Ma anche per me è tempo di cambiare aria, cercare nuovi stimoli.

Calzoncini corti e maglietta, di nuovo; sempre ore 15: a ripensarci, proprio un orario del cazzo. Non lo so ancora, ma sto per cominciare il mio ultimo campionato, la mia carriera di calciatore bambino si conclude all’età di 17 anni. Il mio nuovo mister usa una zona mista, non abbandona la marcatura sull’avversario più temibile, ma chiede che si applichi il fuorigioco. Comunque la cosa mi riguarda fino ad un certo punto. Per lui, fin da subito, sono un terzino sinistro, numero 3, con licenza di offendere, ovviamente; gran parte delle gare per me si svolgono più sulla linea dei centrocampisti che su quella dei difensori e spesso mi ritrovo sulla linea di fondo della metà campo avversaria, intento a cercare un cross che raramente mi viene, perché io quel piede lì dalla parte opposta di quello destro lo uso come appoggio, per buttare il pallone e, quella volta lì qualche anno fa, per fare il mio primo goal. E poi il dribbling ancora non mi viene, quindi se ho l’avversario davanti la butto sullo scontro fisico per non subire la carenza di tecnica. “Un’ignobile farsa”, questo l’epitaffio migliore per la mia ultima stagione.

E sarebbe anche l’epitaffio più appropriato per la mia carriera di calciatore bambino, se non fosse per il mio allenatore, che vedendomi uscire dal campo per l’ultima volta, decide di salutarmi con una pacca sulla spalla e un’amarezza che sembra sincera: “peccato, perdiamo un ottimo terzino sinistro”.
Che cazzata.

Mr Montag

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