Chi Siamo

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Dadofelix

Mettiamo subito le carte in tavola: sono romanista. E’ inutile recriminare.

La scelta della squadra la feci più o meno a 6 anni, quando decisi che il rosso era un colore bello. Quando scoprii che c’era anche il giallo di mezzo era troppo tardi per tornare indietro, il danno era fatto. Solo crescendo ho scoperto che il romanista ce l’ha scritto nel dna che deve soffrire come un cane e allora, tanto vale sorridere con una faccia da ebete e dire “Andrà meglio, i ragazzi cresceranno come squadra“.

Sono passato dall’incoscienza infantile passando per la rometta, sognando Pruzzo e Falcao, accontentandomi di Annoni e Desideri. Ho amato Giannini anche con la maglia del Lecce. Ho vissuto Samuel-Emerson-Batistuta da seduto al Circo Massimo e mi sono gustato Francesco Totti da Pupone a Prepensionato. Ho assistito alla liberazione degli americani dall’oppressione dei Sensi.

Ho aspettato, sofferto (manco tanto a dire la verità), gioito (manco tanto a dire la verità), e creduto che un giorno la As Roma sarebbe potuta diventare un grande gruppo.

Ma mi sono ritrovato con la solita faccia da ebete e la tipica fiducia ingenua del romanista, convinto che “Andrà meglio, i ragazzi cresceranno come squadra“.

Comunque, per me possono tutti diventare minatori.

Mr Montag

Nato Juventino, cresciuto Baggista.
10 partite.
1989. Fiorentina – Juventus 2 – 1. Reti di Baggio e Borgonovo. Per la Juve Rui Barros. Avevo dieci anni e Baggio mi fece piangere per la prima volta.
1990. Milan – Juventus 0 – 1. Finale di Coppa Italia. La Juve di Zoff contro il Milan di Sacchi. Segna Galia, vinciamo. Il mio primo trofeo, la vittoria più assurda.
1990. Italia – Cecoslovacchia 2 – 0. Esami di quinta elementare e Mondiali in Italia. Baggio è già della Juve. A un certo punto decide di entrare nella storia, si beve mezza Cecoslovacchia e segna. Brividi.
1991. Juventus – Barcellona 1 – 0. Semifinale di Coppa delle Coppe. La Juve di Maifredi e Baggio, la mia preferita. All’andata 3 a 1 per il Barcellona al Camp Nou. Al ritorno segna Roberto su punizione. Serve un altro gol. Assedio e sfiga. Non si passa. Fuori.
1993. Juventus – Paris Saint-Germain 2 – 1. Semifinale di Coppa delle Coppe. La Juve di Baggio e Trapattoni. Nel primo tempo segna Weah, uno a zero per loro. Sofferenza. All’inizio della ripresa, Bruno Pizzul: “Alé Juve”. Soffriamo, cazzo se soffriamo. Poi, ovviamente, Roberto pareggia. Ma non basta. Ancora sofferenza. Minuti di recupero, ancora lui, Roberto. Delirio. Poi vinceremo la Coppa e Roberto il Pallone d’Oro. Annus mirabilis.
1994. Italia – Nigeria 2 – 1. Mondiali negli Stati Uniti. La Nazionale più scarsa che ricordi, Sacchi in panchina ma Baggio in campo. La Nigeria sta vincendo, la partita è praticamente finita, siamo subito fuori. Roberto è nel mirino, ha deluso, dicono. La partita è praticamente finita. Non per Mussi, che trova non si sa dove l’energia per scendere sulla fascia e mettere la palla al limite dell’area. La partita è praticamente finita. Non per Roberto, che fa l’unica cosa che sa fare: un miracolo. Siamo dentro cazzo, siamo ancora dentro. Non capisco più nulla, salto, urlo. Baggio mi fa piangere per la seconda volta.
1994. Juventus – Milan 1 – 0. E’ la prima Juve di Lippi, ma soprattutto l’ultima Juve di Baggio. All’ottava giornata scontro diretto col Milan Campione d’Italia di Capello. Sulla destra Di Livio fa la solita finta a rientrare, crossa deliziosamente al centro ma non c’è Ravanelli a saltare e nemmeno Vialli. C’è Roberto, che vola in alto e la mette dentro. Ovviamente. A fine anno sarà scudetto. E addio di Baggio. Tristezza. Oblio.
1996. Juventus – Ajax 5 – 3 (rigori). Stadio Olimpico, undici anni dopo l’Heysel, il nome è cambiato, ma è di nuovo finale di Coppa dei Campioni. Ravanelli fa un gol impossibile, Litmanen approfitta di uno dei tre errori di Peruzzi in tutta la sua carriera alla Juve. Ai supplementari Vialli si trasforma in Darko Pancev. Si va ai rigori, manca il fiato. Loro sbagliano due volte, noi mai, nemmeno Pessotto. L’ultimo è di Jugovic, poi non ricordo più niente. L’indomani ancora non ci credo: siamo Campioni d’Europa.
2000. Inter – Parma 3 – 1. Spareggio Champions. Sulla panchina dell’Inter c’è Lippi. Stronzo. In campo c’è Roberto. Doppietta, vince l’Inter. Baggio se ne va, Lippi resta. Eroe.
2002. Brescia – Fiorentina 3 – 0. Roberto torna in panchina dopo un brutto infortunio. 77 giorni di stop. Nel secondo tempo, Mazzone lo manda in campo. Il capitano è Pep Guardiola, anche lui una leggenda. Ma quando entra Roberto, fa una cosa che non si può fare, una cosa meravigliosa: gli dà la fascia. Brividi. Ancora una volta, Baggio fa l’unica cosa che sa fare: un miracolo. Anzi due, doppietta al rientro. Lacrime.

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One Comment to “Chi Siamo”

  1. Finalmente – e ribadisco finalmente, strisciando sonoramente sulla “E” come Pizzul in preda alla diverticolite – un nuovo blog che parla di calcio. Ma non il calcio che si vede la domenica o il sabato in quel pedissequo “Io aborro…” di mughiniana concezione. Questo è il calcio come immaginavamo dovesse essere: un’eterna e rutilante presa per il culo… E’ qualcosa di cui si sentiva la mancanza nel “vuoto” panorama mediatico, anche se – diciamo la verità – di materia prima nel vasto sottobosco delle telelvisioni fatte in casa ce n’è… Ma tanta, ma proprio tanta. A tal punto che qualche fisico ha cominciato a teorizzare che l’anti-materia sia l’opposto del calcio… D’altronde per fare il “vuoto” ci vuole il pieno… Il pieno “spinto” per il vuoto totale. E allora non vedo l’ora che si parli, senza vergognarsi, di un’Italia che affronta le Isole Faroe (capita a tutti, prima o poi, di vincere 1 a 0 con questo squadrone), o magari di parlare di quell’incolpevole di Marchegiani…

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